Matheus
Castiglioni detto il Conte
Nato
nel feudo di Venegono di Sopra, nel Contado milanese del Seprio attorno
al 1503, racconta di esser figlio di quel Gianstefano, figlio a sua
volta di Francesco, il quale fu il primo Conte di Venegono per nomina
dell'Imperatore Federico III nel 1454.
La sua illustre famiglia è diretta discendente da quel Berengario leggendario
capostipite dei Castiglioni, che poi diede il Guido, ultimo Conte del
Seprio e ultimo difensore del Castrum Sibrium in quella tragica notte
fra il 28 e il 29 marzo 1287, che aprì definitivamente le porte al dominio
della Biscia su tutta l'Insubria.
Il padre, che lui racconta non lo riconobbe perché frutto di peccato di giovinezza, era riuscito ad avere
la meglio sui fratelli, e i fatti davano ragione a chi lo indicava come
l'assoluto signore di quello "stato dentro lo stato" che era la Contea
di Venegono; Gianstefano si permetteva, come del resto anche il nonno,
non solo di non versare un soldo nelle casse dello Stato di Milano,
ma anche di gestire una propria diplomazia internazionale, solitamente filo-francese.
Eletto Consigliere Ducale, era stato inviato come ambasciatore
alla corte imperiale da Galeazzo Maria Sforza con l'incarico di ottenergli
l'ambito titolo di Re d'Italia, senonchè il Duca fu ucciso prima che
la missione fosse compiuta. Divenuto poi uomo di fiducia di Ludovico
il Moro, ne divenne ambasciatore presso il Papa, i Veneziani e i Fiorentini.
Gianstefano, al figlio Matteo preferì il legittimo Giambattista, promettente
letterato e amante della poesia, che indirizzò agli studi giuridici,
e quindi erede di un immenso patrimonio. Ma ciò che più adirò il figlio
bastardo contro il padre, fu quando, all'indomani della battaglia di
Marignano, egli fu la persona che consegnò la città al maledetto Luigi
XII, perdipiù presentandogli in dono la spada ducale.
Fu così che nel
1521, Matteo, ormai giovanotto, invece di dar manforte ai parenti impegnati
a difendere il Castello dall'assedio dei rampanti Pusterla, si reca
a Milano per assistere entusiasta alla proclamazione a Duca di Francesco
Maria Sforza; colto dalla vita di città e dalla voglia di viaggiare,
segue con alterne vicende e fiducia alcune truppe di soldatacci che
combattono a fianco dell'esercito ducale e del Marchese di Pescara.
In quell'ambiente inizia a dedicarsi al gioco (dilapidando i miseri
introiti da fante) e alle giovani di facili costumi. Si trova poi ad
Abbiategrasso e a Romagnano, contribuendo a spingere i francesi oltre
la Sesia.
Nel '25 la guerra lo porta a Pavia, dove assiste alla gigantesca
battaglia del Mirabello. Uscitone vivo per miracolo, forse grazie a
una donna, si schiera con il Duca quando il Marchese di Pescara lo accuserà
di tradimento contro Carlo V.
Rientrato nel Seprio nel gennaio dell'anno
successivo, scopre che la Contea di Venegono è stata risparmiata da
Lanzichenecchi e Spagnoli grazie all'intervento del padre e degli zii
sui luogotenenti imperiali Alfonso de Avalos de Aquino e Antonio de
Leyva. Vi conduce alcuni anni di vita alquanto dissoluta, vantando le
sue imprese fra le taverne e osterie della Valle Olona.
Nel maggio del
1528 incontra l'Hauptmann Hycks, reduce dal Sacco di Roma, razziatore
di villaggi e soprattutto molto più abile narratore di avventure militari.
Dopo alcuni mesi ancor più misteriosi, il Capitano lo convince ad arruolarsi
nella Compagnia della Bissa al soldo del Duca Francesco II, con la carica
di fahnrich.